Per anni su questo sito e nella nostra clinica abbiamo cercato di fare, quasi in solitudine, una campagna di informazione sulle realtà nascoste e ingannevoli della tecnica di trapianto di capelli nota col nome FUE.
Perché questa campagna
Non lo abbiamo fatto per motivi commerciali (del resto sarebbe stato molto più semplice e remunerativo allinearsi al trend) ma per motivi squisitamente medici ed etici: le tante persone che vanno all’estero per il trapianto di capelli FUE corrono seri rischi. E chi lo fa in Italia? In tal caso nel 99% dei casi sta optando per una tecnica vecchia e già abbandonata da molti chirurghi per via degli scarsi risultati nel medio-lungo termine.
La tecnica FUE, è utile precisare, in sé non è pericolosa anche se sicuramente nella gran parte dei casi è obsoleta e non offre un bel risultato che dura nel tempo. Il problema vero è che rende tecnicamente possibile effettuare il trapianto anche per persone del tutto prive di competenze mediche e chirurgiche.
Vogliamo ribadire un concetto: non ci interessa un metodo “industriale” per il trapianto di capelli, perché ai nostri pazienti vogliamo garantire il massimo risultato. Naturalezza dell’effetto e foltezza: questo chiedono i nostri pazienti. Per ottenere simili risultati la tecnica più moderna ed efficace a nostra disposizione si chiama FUT con metodica CFU. Per questo i nostri pazienti si possono considerare al sicuro e possono essere contenti di aver fatto la scelta giusta, anche se i grandi manifesti e le pubblicità per radio dicevano il contrario.
La forza commerciale delle cliniche che praticano il trapianto FUE stava diventando tale da trasformare la competizione in una lotta tra Davide e Golia. Oggi però le cose stanno cambiando. Innanzitutto è entrata in partita l’ISHRS, associazione che riunisce tutti i più grandi chirurghi della calvizie del mondo. Da qualche mese l’ISHRS ha deciso di impegnarsi in una campagna d’informazione su scala mondiale. Quello che ne viene fuori è un ritratto sconvolgente del cosiddetto “Black Market” del trapianto, con cliniche turche e di altri Paesi in via di sviluppo che assoldano per eseguire le operazioni chirurgiche persino rifugiati e taxisti che vogliono arrotondare lo stipendio
Per capire questo fenomeno dobbiamo risalire all’origine della FUE. Negli anni le tecniche di trapianto sono diventate via via sempre più raffinate e dunque costose da praticare, con la necessità di personale medico sempre meglio attrezzato e qualificato. Proprio il successo di questi trapianti, effettuati magari da VIP molto visibili sui media, ha fatto aumentare la domanda di interventi, ma i chirurghi bravi rimanevano pochi. Questo ha fatto scattare l’idea da parte di abili imprenditori di ripescare una vecchia tecnica più semplice, darle un nome nuovo (FUE) e proporla alle masse. Ecco perché la FUE può essere teoricamente praticata anche da personale molto meno esperto, spesso non medico ma neanche infermieristico, ovviamente anche con risultati disastrosi e mettendo in pericolo il paziente (guarda il dossier dell’ISHRS).
Tuttavia perché in rete girano tante foto di risultati FUE molto convincenti? Il motivo è semplice: intanto le foto sono spesso manipolate o riciclate tra più cliniche. Purtroppo sul web è facile far credere cose non vere e questo è un limite difficilmente superabile. Inoltre i problemi della FUE emergono dopo 1-2 anni: solo dopo un po’ i capelli cadono più di prima, anche nell’area donatrice per i motivi che abbiamo spiegato anche in un video poco tempo fa, oltre al fatto che spesso ricadono anche quelli trapiantati e le aree donatrici sono terribilmente deturpate da esiti cicatriziali importanti che possono precludere ulteriori trattamenti di risistemazione del trapianto fatto.

Che cosa sta cambiando oggi? Semplice: i pazienti iniziano a parlare. Non è facile, perché ammettere di aver scelto una clinica estera solo per risparmiare qualche soldo non fa fare una bella figura. Se il problema creato poi è di tipo estetico la cosa si fa ancora più complicata. Alla difficoltà (comprensibile) bisogna però rispondere con un incoraggiamento: chi è stato rovinato in una di queste “fabbriche” del trapianto di capelli in Turchia o altri Paesi ha la responsabilità di farsi avanti e aiutare gli altri a non commettere gli stessi errori.
C’è un altro aspetto però da considerare, come ha fatto notare Arthur Tykocinski, Presidente dell’ISHRS (la più autorevole associazione mondiale che raggruppa tutti i chirurghi della calvizie) nell’ultimo numero della rivista “Forum”: se i pazienti iniziano a parlare è probabile aspettarsi un declino della FUE, a tutto vantaggio di chi ha sempre difeso la FUT. Chi si è sempre speso nell’informare i propri pazienti sul come e perché dei vantaggi della FUT non avrà nulla da rimproverarsi. Anzi toccherà proprio a costoro salvare il settore del trapianto di capelli. E’ persino lecito aspettarsi una fase in cui gran parte dei pazienti sarà composta da coloro che dovranno riparare i danni delle cliniche del Black Market e della FUE.
Del resto, su questo fenomeno, faccio mio il parere espresso tempo fa dal famoso chirurgo americano di New York, il Dr. Feller, che dall’alto della sua grande esperienza ha giudicato i risultati ottenuti con la FUE in queste “catene di montaggio” come “i peggiori della storia dell’autotrapianto di capelli, paragonabili soltanto ai cosiddetti ciuffetti di bambola”.
Come si vede il mercato è composto da trend e da mode, ma come abbiamo detto più volte il trapianto di capelli è un atto chirurgico, non un pacchetto turistico-commerciale. Fare chiarezza nell’interesse del paziente è un dovere per il chirurgo perché del resto, ricorda sempre Tykocinski, quello che è più importante nel rapporto medico-paziente è la fiducia, ed è proprio quella che non bisogna tradire mai.
Si può fermare la caduta dei capelli? Che cosa ci si può aspettare dai farmaci, dai caschi laser ed altre novità tecniche di cui si parla molto su internet? Ecco che cosa davvero è possibile fare contro la calvizie.
Che cosa ha a che fare la calvizie col rapporto di coppia? Nella nostra esperienza, molto più di quanto ci si possa aspettare. Sia chiaro: quello che stiamo per dire qui non vale per tutti, innanzitutto perché una testa calva può essere un grande problema per alcuni e un elemento di fascino per altri; in secondo luogo, ognuno di noi ha un modo diverso di affrontare e vivere i problemi.
In tanti casi tutto comincia quando l’uomo inizia a notare – e poi a contare – i capelli che cadono dopo la doccia. Sia chiaro: perdere qualche decina di capelli al giorno è normale; il problema è quando questi poi non ricrescono.
La calvizie androgenetica, quella più comune per gli uomini, si scatena per via di una serie di fattori dettati per lo più dalla genetica. Il problema si manifesta soprattutto laddove i capelli sono più sensibili alla presenza di ormoni maschili, vale a dire nella zona superiore del capo. Si tratta di un problema molto comune tra gli uomini, ma passare dalla statistica al vivere il problema in prima persona fa una bella differenza.
Sì, perché perdere i capelli per alcuni uomini significa principalmente due cose: essere invecchiati ed essere meno belli. Qui c’è il cuore del problema, perché un uomo che si sente vecchio e non più “al top” è un uomo che rischia di maturare insicurezza in se stesso, diventando inevitabilmente un compagno talvolta problematico. Non solo: l’uomo al contrario della donna è meno incline a rivelare ciò che lo affligge, soprattutto quando questo ha a che fare con una propria debolezza; il silenzio, però, rende più pericolosa la spirale del disagio, peggiorando il rapporto con se stessi e poco dopo con la partner. Gli effetti dello stress all’interno di una coppia, anche se di giovani, rischia di innescare un circolo vizioso di sofferenze che può essere poi difficile da spezzare.
Perché l’autotrapianto di capelli? Semplice, perché la realtà è che tutti i rimedi farmacologici quando aiutano sono solo temporanei; nel lungo termine sono poi molto costosi e talora possono creare problemi. In ogni caso, alla sospensione dei trattamenti farmacologici, i risultati ottenuti in anni di terapia (al più un rallentamento della caduta dei capelli) vengono persi nel giro di pochi mesi, ed in questo caso stiamo parlando degli unici due farmaci riconosciuti dalla farmacopea internazionale come trattamento medico dell’alopecia androgenetica, che sono il Minoxidil e la Finasteride. Ricordando sempre che tali trattamenti devono sempre essere prescritti da specialisti in dermatologia. Allo stato attuale, pertanto, se vuoi rivedere tornare i capelli sulle aree calve, l’unica cosa giusta è il trapianto di capelli. Sì, è la cosa giusta, ma va anche fatta al momento giusto, nella situazione anatomica giusta, con la tecnica giusta ed in mani esperte.
Se la calvizie diventa un problema per la coppia, la buona notizia è che oggi è possibile affrontarla… anche insieme! Sempre più spesso sono le fidanzate/mogli a portare il partner dal chirurgo per la prima visita, forse perché sono un po’ più coraggiose e perché dove ascoltano 4 orecchie non ascoltano 2! Anche nel caso del Principe Harry è stata proprio Meghan a convincere il marito a seguire l’esempio di tante altre celebrità di Hollywood, che hanno risolto col trapianto il problema della calvizie. A proposito: la visita dal chirurgo è sempre indispensabile, mai affidarsi a chi fa le diagnosi via Whatsapp!
Come funziona? Semplice: si prelevano i capelli meno sensibili al problema (quelli cioè collocati dietro e ai lati del capo) e li si trapiantano nelle zone diradate o calve. I motivi del successo del trapianto di capelli sono dunque semplici:
Su dove fare il trapianto di capelli abbiamo dedicato molti articoli e video su questo sito. Cercando su Internet è evidente il clamore mediatico che sta producendo la Turchia, ma la verità è che, oltre che per via dei conflitti armati in corso in quelle regioni, i pericoli dei “centri intensivi del trapianto” nascosti sono tanti, così come ricorda l’ISHRS (ente mondiale che raggruppa i massimi esperti del trapianto di capelli):
Quindi il primo buon consiglio che si può dare al proprio partner è che, proprio perché teniamo a lui, è meglio svolgere il trapianto di capelli in una struttura ben attrezzata dove opera solo personale altamente qualificato e fatto da veri medici.
Tutti parlano dell’infoltimento di capelli non chirurgico. È davvero una novità? Soprattutto: è davvero una soluzione?
Recentemente sono comparsi alcuni articoli su Internet, che pubblicizzano il cosiddetto infoltimento di capelli non chirurgico, da alcuni chiamato anche “trapianto non chirurgico“.
Innanzitutto per fare chiarezza diciamo subito che il termine trapianto in questo caso è un termine errato, ed è paradossale per un’attività artigianale e non chirurgica. Ci sono ovviamente varie differenze a seconda di chi lo propone, ma il cosiddetto infoltimento di capelli non chirurgico non è nient’altro che una protesi o parrucchino costituito da un materiale che può avere lo spessore di una pellicola o quello di una calotta su cui vengono innestati dei capelli naturali morti o sintetici. Il tutto viene poi attaccato alla testa con delle colle o dei nastri biadesivi. Se guardiamo chi reclamizza questa soluzione, vedremo risultati straordinari, costi bassi, nessun problema collaterale e soprattutto la possibilità di avere tutti i capelli che volete perché basta fare una protesi più folta.
Questo naturalmente al contrario dell’autotrapianto di capelli, dove si ha a disposizione un quantitativo di capelli fisso e che rimarrà quello. Quindi con queste premesse il cosiddetto parrucchino sembrerebbe una soluzione ideale. Ci sono però delle cose che non vengono mostrate in questi video, e di cui non si parla in questi articoli.
Chi è affetto da calvizie e sente su di se lo sguardo degli altri, e quindi prova disagio, a maggior ragione avrà questa sensazione quando porterà in testa una protesi, soprattutto se il cambiamento è stato molto radicale o addirittura dall’oggi al domani. Questo a differenza del trapianto chirurgico dove il miglioramento invece è progressivo. Questo è un aspetto piuttosto sottovalutato, ma se ci facciamo caso l’autotrapianto di capelli si è diffuso proprio per via del senso di insicurezza dato dall’imbarazzo che può generare un parrucchino. Imbarazzo a volte non inferiore a quello provocato dalla calvizie stessa. I motivi li sappiamo: paura che la protesi si stacchi, perché magari ci crescono i capelli sotto che spingono e diminuiscono l’aderenza, soprattutto quando si fa molto sport o quando si suda. Magari si ha paura che il parrucchino sia stato attaccato male o che piccoli scollamenti ai bordi, soprattutto sull’attaccatura, creino un effetto innaturale.
La protesi è un oggetto, lo definirei quasi un indumento a cui bisogna fare periodicamente manutenzione, il che vuol dire cambiarlo, lavarlo almeno una volta alla settimana. Quindi è necessario staccare la protesi, magari strappando i capelli che ci sono sotto, togliere i residui di colla, lavarla, usare prodotti ad hoc per prevenire problemi di irritazione cutanea o eventuali altri problemi igienici, riapplicare poi la colla e i supporti per riattaccare nuovamente questa protesi. Questa manutenzione certamente se si è un po’ minuziosi si può fare a casa, ma più spesso va fatta in centri specializzati. Quindi questo lega moltissimo il paziente alla propria città, per cui se uno vuol partire e andare via 3 settimane, come fa a trovare un centro magari a New York o a Londra che gli faccia la manutenzione? Se dobbiamo fare un viaggio, magari con altre persone, rischiamo di non poter godere della privacy necessaria per svolgere tutte queste operazioni di manutenzione. O immaginate in casa, in famiglia, con i bambini che girano fare delle operazioni di manutenzione, di asportazione, di posizionamento di una protesi. In più, ogni volta che faremo ciò ci guarderemo allo specchio e vedremo sempre la nostra calvizie aggravata da un taglio di capelli talvolta un po’ bizzarro che è necessario per incollare la protesi. Se la manutenzione non viene fatta periodicamente, i capelli sottostanti ricrescendo e spingendo sulla protesi la rendono instabile.
Le protesi di nuova generazione sono sicuramente molto migliori di quelle del passato in termini di effetto estetico, soprattutto dei classici parrucchini. Ma si tratta di una soluzione di cui si sarà schiavi a vita: sarà necessario rifare la protesi periodicamente, anzi le protesi, perché si deteriorano nel tempo. Dunque questa è una soluzione meno economica di un trapianto di capelli, senza contare i costi di manutenzione e senza contare che la calvizie sarà ancora lì dove l’abbiamo lasciata. Anzi probabilmente sarà peggiorata se abbiamo stressato ulteriormente il cuoio capelluto con colle e ripetute operazioni di ancoraggio e distacco della protesi. Quarto: i capelli delle protesi non crescono. Questo vuol dire che quando dovremo andare a tagliare i capelli, dovremo stare attenti a fare in modo che la lunghezza dei capelli ancora presenti sia sempre quella giusta, pena un pessimo effetto estetico dato dalla cattiva integrazione della protesi. Avere sempre qualcosa in testa può fare caldo, o addirittura molto caldo, facendo sudare ed in pazienti calvi che spesso hanno una concomitante dermatite seborroica questa sudorazione può determinare anche un odore non sempre gradevole.
Pensate se malauguratamente sbattete la testa, o avete un incidente, e dovete andare in ospedale per fare una TAC, una risonanza, sarete terrorizzati dal fatto che vi tolgano la vostra protesi. Tutte queste cose sono esattamente il motivo per cui il trapianto di capelli già da decenni ha superato in popolarità le protesi o parrucchini. Quindi l’autotrapianto di capelli, in particolare la tecnica FUT con metodica CFU, è la scelta che libera da tutti questi problemi e che ridona alla persona i propri capelli, con la loro ricrescita e la loro evoluzione naturale, diventeranno bianchi, non ci saranno ricadute e non danneggerà ulteriormente un cuoio capelluto già in difficoltà come quello di chi sta perdendo i capelli.
Ed infine facciamo un po’ una piccola riflessione: ma non è che tutto questo interesse per il rinfoltimento non chirurgico stia tornando proprio ora, dopo qualche anno di euforia per i trapianti con tecnica FUE sia all’estero che in Italia, e che hanno dato risultati spesso deludenti o addirittura disastrosi? Attenzione! Non è la chirurgia il problema, che invece è ancora la soluzione migliore e preferibile, ma la mancanza di serietà di chi ha promesso tanto a tanti, a prezzi stracciati e non ha saputo poi mantenere le proprie promesse. Questo vale per ogni tecnica o metodo proposto.
Questo 2020 verrà ricordato per sempre come l’anno della pandemia del COVID-19, che non solo ha minacciato le nostre vite, ma anche le nostre abitudini, il nostro lavoro, i nostri rapporti sociali e affettivi, la nostra economia e in fondo il nostro essere.
Dopo i mesi di lockdown siamo ora in quella che potrebbe essere definita come una parentesi di “quasi” normalità, dove il ritorno alla vita e alle nostre mansioni avviene sotto la spada di Damocle di un possibile ritorno dell’epidemia, anche se ovviamente speriamo che questa ipotesi venga scongiurata grazie anche alle piccole ma fondamentali misure preventive che ciascuno di noi deve adottare. Bisogna dire che comunque fino ad ora siamo stati bravi!
Sia pure in questo regime fatto di precauzioni e di distanziamento, la Piero Rosati Clinic è tornata in attività già dallo scorso maggio. In queste settimane stiamo provvedendo ad effettuare visite e interventi pianificati nei mesi scorsi, mentre la nostra segreteria unica centralizzata, che risponde al numero 0532 767965 e che è sempre rimasta attiva anche durante il lockdown, continua ad essere operativa per rispondere alle vostre domande e per fissare gli appuntamenti. Possiamo rassicurare i pazienti sul fatto che la faccenda COVID non interferisce con le terapie chirurgiche che trattiamo. Anzi, paradossalmente fenomeni quali il telelavoro possono favorire chi si deve sottoporre a trattamenti che possono avere un impatto sia pur temporaneo sulla presentabilità sociale.
Ad ogni modo ci siamo perfettamente adeguati alle normative di sicurezza, effettuando controlli della temperatura ai nostri ospiti e garantendo l’adeguato distanziamento tra persone negli ambienti e la dotazione di mezzi di igiene e prevenzione quali gel disinfettanti e mascherine, abbigliamento idoneo, gestione degli accompagnatori e degli appuntamenti nonché barriere di plexiglass nei punti più critici. In fondo per noi è stato sempre così, visto che la prevenzione delle infezioni è un caposaldo della nostra clinica, come dovrebbe esserlo per tutte le strutture sanitarie; per cui è stato solo necessario aggiustare il tiro su una diversa infezione di tipo respiratorio. Tutto questo ci consente di garantire la massima sicurezza ai nostri pazienti e al nostro personale. Da parte nostra ci impegneremo per far percepire ai nostri pazienti tutto il comfort e le attenzioni a cui la nostra clinica è sempre stata molto attenta.
Auguriamo a tutti voi e a tutti noi un sereno ritorno alla normalità.
Nell’ambito dell’autotrapianto, la shock loss è una perdita di capelli a seguito dell’intervento nelle aree trattate. Può trattarsi di capelli, ma più spesso di vello e non va assolutamente confusa con la caduta dei capelli trapiantati con tecnica FUE, che invece è dovuta ad imperizia e incapacità da parte dell’operatore nel prelevare i capelli permanenti, cosa che abitualmente con la tecnica FUT non si manifesta.
La perdita dei capelli già presenti nell’area da trapiantare è dovuta a 2 fattori traumatici.
Il primo fattore è rappresentato dall’effetto meccanico di inserimento di unità follicolari in mezzo ad altri capelli per il quale è necessaria la perforazione della cute; in questa fase di inserimento si possono danneggiare i capelli circostanti.
Il secondo fattore è dato dalla piccola fibrosi causata dalla micro-cicatrice che noi utilizziamo per inserire i capelli nella nuova sede, che penalizza i capelli già presenti nell’area ricevente. Negli interventi con tecnica FUE questo fenomeno si può manifestare molto più frequentemente ed in misura maggiore, perché dovendo effettuare, ad esempio, 2-3 mila forellini nell’area donatrice, ciascuno dei quali corrispondente poi ad una cicatrice anche di 1 millimetro, avremo creato complessivamente una cicatrice di circa 3 metri, con conseguente e proporzionale fibrosi e riduzione della vascolarizzazione. Tutto questo, quindi, porta alla perdita dei capelli.
Con la tecnica FUT, dove la cicatrice non è più lunga di 20-30 centimetri, vedremo che questo problema si manifesterà assai meno. Sta all’esperienza del chirurgo riconoscere un’area che potrebbe essere soggetta a shock loss; queste sono aree dove solitamente il vello è molto sottile e folto o dove i capelli sono particolarmente deboli.
In ogni caso va detto che la shock loss non determina la caduta dei capelli, ma anticipa la caduta dei capelli destinati a cadere. Quindi se l’indicazione è buona da parte del chirurgo, che deve aver fatto una scrupolosa programmazione, il risultato dell’intervento sarà nettamente superiore alla shock loss e quindi al danno prodotto da essa. Anche qui è importantissima l’esperienza del chirurgo: nella programmazione di un autotrapianto di capelli egli dovrà valutare approssimativamente una percentuale più o meno importante di probabilità che la shock loss si manifesti, ed eventualmente procrastinare nel tempo il trattamento, o in casi estremi, sconsigliarlo per il bene del paziente, affinché il danno non sia superiore al beneficio.
Negli anni ‘50 del secolo scorso, James B. Hamilton, professore di medicina statunitense specializzato in anatomia e annoverato tra i massimi esperti della calvizie dell’epoca, nonché studioso degli effetti del testosterone sull’uomo, elaborò una vera e propria “scala della calvizie“, utile per diagnosticare la stato di avanzamento del problema.
Successivamente, a metà degli anni ’70, il Dottor O’Tar Norwood, che ho avuto la fortuna di conoscere ed esserne amico, ha ripreso questa scala apportando alcune migliorie e integrazioni. Così si è giunti alla scala di Norwood – Hamilton, ancora oggi molto usata e che riproponiamo in questa immagine.

Questa scala, rappresentata tramite una serie di immagini piuttosto chiare ed esplicative, scandisce il progredire della calvizie in 7 fasi che quantitativamente possono essere descritte così:
I. Nessuna calvizie
II. Leggera
III. Da leggera a moderata
IV. Moderata
V. Da moderata ad ampia
VI. Ampia
VII. Completa
Da un punto di vista qualitativo si ha:
Esistono anche alcune varianti
La scala di Norwood – Hamilton ancora oggi è uno strumento popolare usato per classificare il livello di alopecia androgenetica, ma non c’è un consenso universale sulla sua affidabilità. Infatti uno studio (pubblicato qui) ha dimostrato che sottoponendo alcuni pazienti affetti da alopecia androgenetica a svariati medici esperti, non ha portato poi ad una catalogazione univoca dei singoli casi.
Ad ogni modo, guardiamo il quadro generale: a che cosa serve “classificare” il livello di alopecia? Scoprire di essere al livello II, per esempio, rischia di essere solo un atto fine a se stesso. È il chirurgo che, avendo affrontato migliaia di casi nel corso della sua attività professionale, in base ad un’anamnesi completa, all’esame obiettivo sulla qualità della cute, del capello (fino, grosso, riccio, chiaro, scuro, ecc.) allo stato di salute del paziente e alla sua età, potrà determinare il vero stato di avanzamento della patologia, soprattutto in rapporto alle possibilità di intervento, per migliorare il più possibile il risultato complessivo anche nel lungo termine.
Faccio un esempio: si può riscontrare lo stesso livello IV di calvizie su due persone, ma se una ha 24 anni e l’altra più di 60, si tratta di due pazienti che avranno bisogno di trattamenti molto diversi.
Un paziente, infatti, va sempre valutato con un occhio al presente ed un occhio al futuro, per fare oggi una cosa che potrà andar bene anche tra 30, 40, 50 anni, quando eventualmente la calvizie potrebbe essere avanzata.
Intervenire al momento giusto e soprattutto prefigurare al paziente quale sarà l’evoluzione del problema, nonché valutare e programmare le sessioni di trapianto di capelli necessarie, è fondamentale per ottenere risultati duraturi che assicurino al paziente un effetto esteticamente piacevole, armonico e naturale ora e nel tempo. Ecco che la valutazione del grado di calvizie è utile anche per fornire al paziente un quadro chiaro delle possibilità di correzione e capire se quello che il chirurgo può fare per lui è quello che si aspetta. Questo è uno degli aspetti che ritengo più importanti nell’impostazione di un rapporto medico-paziente costruttivo e duraturo.
Shock Loss e trapianto di capelli. Si tratta di un rischio reale? Come fare per evitarlo? La Shock Loss è più frequente nei trapianti di capelli effettuati con la tecnica FUE o FUT?
Risponde il Prof. Piero Rosati.
Moltissime persone si sono sicuramente chieste almeno una volta nella vista quanti capelli abbiamo e, in particolare andando avanti con l’età, quanti capelli si perdono al giorno.
Vediamo di capire quello che è il ciclo vitale di un capello, così da comprendere perché si perdono i capelli e avere un numero approssimativo di quanti capelli cadono al giorno.
La perdita dei capelli è un fattore di preoccupazione per tanti uomini, che solitamente dopo i 20 anni di età temono l’arrivo della calvizie.
Solitamente ci si accorge del fenomeno dopo la doccia o appena alzati dal letto, osservando il cuscino. Osservando ogni giorno la perdita dei propri capelli, viene il dubbio che forse entro pochi mesi o anni la stempiatura si farà sempre più evidente o addirittura che si possa manifestare una calvizie che rapidamente ci porterà a non avere più molti capelli in testa.
In realtà bisogna sapere che i capelli sono strutture permanenti che nascono, crescono e muoiono più volte nel corso della vita. Il loro ciclo di vita dura infatti solo pochi anni ed è suddiviso in 3 fasi ben precise.
Nel cuoio capelluto sono presenti vari follicoli piliferi. Quando un follicolo è sano e attivo, produce un capello. Questo capello cresce nel tempo in modo costante e continuo, ad una velocità di circa 1 cm al mese ma che può variare da persona a persona, in base allo stato di salute, il sesso, l’etnia, l’età e fattori genetici. Questa fase dura da 1 a 5 anni, ed è quella che ci consente di avere un certo numero di capelli in testa che continuano a crescere e che, in base ai nostri gusti estetici, periodicamente andiamo a farci tagliare dal barbiere. Siccome questa è la fase più lunga, circa l’85-90% dei capelli si trova in questa fase.
Ad un certo punto si entra in una fase molto rapida chiamata catagen, che dura solo un paio di settimane o poco più. Si tratta di una fase in realtà piuttosto dinamica, perché avvengono alcune trasformazioni anatomiche significative che condurranno poi al terzo stadio. Il capello si stacca dal bulbo e inizia ad spostarsi verso l’alto. La papilla dermica che alimentava il capello attraverso il bulbo si disconnette dal flusso sanguigno e quindi l’attività di crescita si ferma. Il follicolo si restringe e cambia lievemente forma.
Questa è la fase in cui il capello è sospeso all’interno del follicolo, senza più un aggancio fisso ed è dunque pronto a cadere. Esso infatti non può più crescere ed è tecnicamente “morto”, ma ancora per un po’ può restare nella sua posizione. Se ci passiamo una mano tra i capelli e proviamo ad afferarne un po’, quelli che ci restano in mano sono appunto quelli che si trovano nella fase telogen. A questo punto, in un tempo variabile che di solito è di 3-4 mesi, si conclude il telogen, per dare il via ad una nuova fase anagen, a cui corrisponderà la nascita di un nuovo capello. Il 10% circa dei capelli si trova in questa fase in un dato momento.
Da questo ciclo possiamo capire due cose molto semplici:
I problemi nascono quando questo ciclo di vita si interrompe all’ultima fase, cioè quando dopo che il capello è caduto, il bulbo non riesce più a produrre un nuovo capello. Le cause possono essere tante, ma nel caso dell’uomo spesso si tratta di calvizie androgenetica. Ho spiegato precisamente nella pagina della calvizie androgenetica di che cosa si tratta, ma qui basta capire che semplicemente avviene un’atrofizzazione del bulbo pilifero che in questo modo “si spegne” e non produce più capelli. Nel tempo quindi, e in forma più o meno accelerata, la quota di bulbi improduttivi tenderà ad accrescersi, causando a livello macroscopico l’avanzare della calvizie.
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