Quali sono gli aspetti della FUE che molte cliniche “straniere” tacciono ai propri pazienti? Per quale motivo molte persone si recano all’estero per sottoporsi all’autotrapianto di capelli con tecnica FUE e poi dopo poco tempo tornano ad avere il problema della caduta? Risponde il Prof. Piero Rosati.

In questo video il Prof. Rosati spiega l’uso delle varie tecniche per ripristinare la capigliatura anche in seguito ad eventi traumatici (incidenti, ustioni, ecc) o ad interventi chirurgici con cicatrici, in particolare usando l’espansione cutanea eventualmente combinata col trapianto di capelli.

Trascrizione del video

Sono Piero Rosati, specializzato in autotrapianto di capelli da più di 35 anni. Se siete curiosi di sapere quale sia la tecnica migliore per un autotrapianto di capelli e per recuperare la propria chioma, ecco la mia opinione: non lo dico per attrarre clienti, ma per evitare che le persone restino insoddisfatte dopo l’intervento, con risultati poco soddisfacenti, perdita di capelli e spese elevate. Secondo me, la tecnica migliore è la FUT, che prevede il prelievo da una striscia di cuoio capelluto. Contrariamente a quanto si possa pensare, le cicatrici lasciate da questa tecnica non sono orribili e sono decisamente meno della FUE. 

Parlando della metodica di separazione, possiamo fare un paragone con il trasferire una pianta dal giardino a un vaso. Ci sono due modi: il primo è simile alla tecnica FUE, dove la pianta viene strappata e messa in un vaso. Il secondo metodo, rappresentativo della tecnica FUT, comporta il prelievo di una zolla di terra intorno alla pianta (con una dissezione effettuata al microscopio) prima di trasferirla nel vaso. Qual è il metodo è migliore? Secondo me, quello con la zolla, ovvero la tecnica FUT. Inoltre, con la tecnica FUT e la metodica CFU, si possono ottenere risultati migliori in termini di volume dei capelli e riduzione della trasparenza.

La tecnica CFU, infatti, è la migliore per raggiungere questi risultati e può essere usata solo con la FUT, non con la FUE. Grazie a questa tecnica, possiamo reimpiantare i capelli secondo uno schema ottimizzato per una migliore ridistribuzione, un maggiore volume e una riduzione della trasparenza. Le conclusioni sono lasciate al lettore, come si suol dire, a buon intenditor poche parole!

Antonio Conte e i suoi capelli: da anni un fenomeno mediatico di grande portata. Moltissimi uomini interessati al problema delle calvizie di fronte alle immagini dell’ex allenatore della Juventus hanno iniziato a convincersi del fatto che forse davvero l’autotrapianto con tecnica FUT può essere la soluzione definitiva.

Trapianto di capelli e l’importanza dell’immagine

Il trapianto di capelli negli uomini è una pratica sempre più diffusa, anche se a volte spinta da strategie commerciali poco trasparenti, ma il fatto è che gli uomini, quando possono, cercano di combattere la calvizie in ogni modo.

Anche se non è l’unico coinvolto, quello dei calciatori è probabilmente l’ambiente più “in mostra” nell’universo maschile, dato l’interesse che in Italia c’è per il calcio. Non solo, ma da anni a questa parte, i calciatori hanno dimostrato anche di essere sempre più attenti alla loro cura estetica, e se uno di questi ricorre al trapianto di capelli, questo diventa automaticamente una scelta di cui gli uomini cominciano a parlare, discutere e che, quando è il caso, valutano come soluzione percorribile anche da loro.

Per l’Italia il caso forse più conosciuto è quello del trapianto di capelli di Conte, ex calciatore e allenatore di successo, prima alla Juventus e ora nel Chelsea.

Torniamo però a Conte: anni fa, prima ancora di diventare allenatore, ha dichiarato ai media quello che è il suo pensiero sulla chirurgia estetica e il rapporto con il successo: «oggi viviamo nella società dell’immagine e non tenerne conto è un grave errore […] adesso ho i miei capelli nuovi con i quali convivo benissimo».

Ma non c’è scontro con chi difende con orgoglio la propria “pelata”: «Ognuno è libero di scegliersi il look che preferisce. Perché poi, al tirar delle somme, conta molto di più quello che c’è dentro la testa che non fuori».

E scherzando sul chiurgo Piero Rosati che lo ha operato dice: «Quando avrò giocato a calcio per qualche altro anno per recuperare tutti i soldi che mi ha fatto spendere il mio amico professor Rosati, mi metterò a fare l’allenatore. E se in panchina non avrò testa, di strada ne farò poca, giusto?». Dopo alcuni anni e visti i risultati come allenatore, però, si può dire che di testa ne ha avuta molta, indipendentemente dai capelli.

Le dichiarazioni sono tratte dall’articolo “Conte: l’ho fatto anch’io, quel chirurgo è un mago” di Mario D’Ascoli.



Prima di vedere quali effetti può avere il Ruxolitinib sull’alopecia, vediamo esattamente che cosa è questo farmaco e come funziona. Inoltre vedremo qual è la differenza tra alopecia areata e la calvizie androgenetica.

Che cosa è il Ruxolitinib

Il ruxolitinib è un farmaco da pochi anni messo in commercio dopo alcuni trial medici che ne hanno verificato l’efficacia nel trattamento della mielofibrosi e della policitemia vera. Il nome commerciale è Jakavi® ed è stato approvato dall’FDA americana nel 2014. Nato dalla ricerca sul contrasto alle patologie tumorali del sangue, agisce sui “sistemi di comunicazione” cellulare, le citochine, interferendo col loro funzionamento, inibendo la replicazione incontrollata delle cellule.

I problemi del Ruxolitinib

Si tratta di un farmaco meno tossico rispetto alla chemioterapia convenzionale, ma per sua natura, si è comunque di fronte ad un principio attivo che può avere effetti collaterali da non sottovalutare: mielosoppressione, cancro alla pelle, infezioni, ecc.. Infatti sono consigliabili frequenti controlli alla pelle e al sangue.

Ruxolitinib e alopecia areata

Come è avvenuto per altri farmaci, l’osservazione di alcuni effetti collaterali ha stimolato la fantasia di chi ha iniziato ad intravedere un impiego del Ruxolitinib per il contrasto all’alopecia areata. Infatti tale malattia altro non è che una conseguenza di un fenomeno autoimmune; in pratica nel caso dell’alopecia areata succede questo: il sistema immunitario subisce alcune alterazioni ed inizia ad aggredisce i follicoli piliferi provocando così la perdita dei capelli su una superficie più o meno estesa del capo. Tale fenomeno colpisce soprattutto nell’infanzia, ma il problema può diventare più grave in età adulta. Siccome il Ruxolitinib incide sulla moltiplicazione di quelle cellule del sangue responsabili del funzionamento del sistema immunitario, un effetto collaterale è proprio quello del contrasto all’alopecia areata.

Qual è la differenza tra alopecia areata e calvizie androgenetica?

Il fatto più importante su cui fare chiarezza è questo: gli effetti del Ruxolitinib di cui si discute sono relativi solo all’alopecia areata, che è cosa ben diversa dalla calvizie androgenetica (quella maschile comune, per intenderci). L’alopecia areata è infatti un sintomo di una malattia autoimmune, mentre la calvizie androgenetica ha cause completamente diverse per le quali il Ruxolitinib non ha alcun effetto. Nella calvizie androgenetica, infatti, le cause sono principalmente da ricercare nei meccanismi ormonali che coinvolgono i bulbi predisposti.

L’effetto del Ruxolitinib è permanente?

Il fatto che gli effetti del trattamento siano permanenti è tutto da dimostrare e, anzi, negli studi effettuati si è osservata la recidivazione dell’alopecia una volta sospeso il trattamento.

Il Ruxolitinib cura l’alopecia?

Il fatto che la sospensione del trattamento porti ad un ritorno dell’alopecia unito agli effetti tossici del farmaco per via degli importanti e pesanti effetti collaterali sull’organismo fanno ritenere il Ruxolitinib un’arma potente da usare per le patologie gravi per le quali è stata creata; come per ogni farmaco, il suo uso è un compromesso tra gli effetti curativi e quelli collaterali, non giustificabili in questo caso per la cura, magari temporanea, di un’alopecia.

Il Ruxolitinib cura la calvizie?

No, l’efficacia temporanea è stata verificata solo nei casi di alopecia areata. La calvizie androgenetica non è infatti dovuta a disfunzioni del sistema immunitario ma alla genetica che determina le interazioni tra bulbi piliferi e ormoni maschili.

E’ stato pubblicato sul recente vol. 28 (marzo/aprile 2018) della rivista scientifica dell’Hair Transplant Forum International un articolo del Dr. Robert H. True di New York su cui viene mostrato uno studio sulla qualità degli innesti ottenuti con la tecnica FUE. In particolare H. True ha elaborato una scala qualitativa di tali innesti chiamata GQI (Graft Quality Index). Vediamo quali sono le implicazioni pratiche per chi vuole sottoporsi ad un intervento di trapianto di capelli.

Gli innesti non sono tutti uguali

La prima cosa interessante è notare da subito che non tutti gli innesti sono uguali. La tecnica di prelievo, infatti, incide sulle caratteristiche dell’innesto che viene creato: se il prelievo dall’area donatrice viene svolto male, il capello probabilmente tenderà a cadere o comunque a non attecchire. Nell’articolo si prendono in esame addirittura 6 caratteristiche degli innesti, spesso grandi meno di un millimetro, giusto per far capire quanta la cura dei particolari sia fondamentale: la presenza più o meno abbondante di tessuto di supporto (in vari punti chiave), la presenza di danni più o meno estesi ai follicoli, la qualità dei suoi bordi, la presenza di follicoli “spogli”, ecc., che insieme vanno a formare un punteggio di qualità. Esistono quindi innesti di prima, seconda, terza e quarta classe, dal migliore al peggiore e il tutto dipende dagli strumenti usati per l’estrazione dei follicoli, dalla “mano” del chirurgo e quindi dall’esperienza e dalla professionalità dello stesso.

Grado 1 – Innesti di alta qualità

Grado 2 – Innesti di media qualità

Grado 3 – Innesti di bassa qualità

Grado 4 – Innesti di pessima qualità

Qual è il riferimento per classificare un innesto come il migliore possibile?

Il paradosso è che, citando letteralmente il Dr. Robert True, il “gold standard” per gli innesti rimane quello che si ottiene tramite la tecnica chirurgica STRIP o FUT. Più precisamente: la sfida per la FUE è dunque quella di ottenere gli stessi risultati che si ottengono con la FUT.

Questo ha a che fare con la sempre maggior quantità di “pentiti” della FUE che si rivolgono ai chirurghi italiani ed europei?

Sì e infatti nell’articolo si afferma in più punti che proprio i chirurghi meno esperti sono responsabili di innesti di bassa qualità (classi 3 e 4) che non attecchiscono e che dopo poco tempo dal trapianto peggiorano la situazione iniziale. Non solo: con la FUE l’ottenimento di innesti di classe 1 può essere una sfida complicata anche per i chirurghi più bravi.

The gold standard remains that microscopically slivered and created grafts obtained by STRIP surgery are ideal. The challenge for FUE harvesting methods is to produce grafts that are similar to or exactly the same as strip grafts.

Questo spiega il perché delle massicce campagne pubblicitarie sulla FUE: tale tecnica consente di effettuare l’intervento a prezzi anche bassi, perché consente di abbassare la qualità. E’ sufficiente impiegare personale meno specializzato, dunque meno pagato; in più non è necessaria la costosa attrezzatura impiegata nella FUT o STRIP.
Viceversa chi si affida ad un bravo chirurgo esperto di FUT ha la certezza di avvalersi della tecnica che ancora garantisce la miglior qualità possibile degli innesti, con relativa percentuale superiore di attecchimento e crescita dei capelli trapiantati.

Anche chi non è un vero appassionato di calcio probabilmente ha sentito almeno nominare il giocatore Wayne Rooney, classe 1985, veterano della nazionale inglese e attualmente giocatore del D.C. United, da tempo entrato a far parte della schiera di quei VIP del calcio che hanno deciso di affrontare la calvizie con l’unico metodo certo: l’autotrapianto di capelli. Rooney infatti è sempre stato vistosamente affetto dal problema della calvizie.

Se però il trapianto di capelli è la soluzione preferibile, quando possibile, al problema della calvizie androgenetica, perché i capelli di Rooney sono tornati a cadere? La risposta, come spesso capita, si nasconde nei dettagli.

Perché il trapianto di capelli di Rooney deve preoccupare

Wayne Rooney, che ha affrontato il primo trapianto di capelli nel 2011 all’età di 25 anni, ha optato per il metodo FUE. Questo, sappiamo, è esattamente il tipo di trapianto che migliaia di persone in Europa si sentono reclamizzare da tanti mezzi di informazione. I pubblicitari conoscono il potere di convincimento che gli sportivi hanno nei confronti dei giovani e non è un caso che tanti di questi, dopo il caso Rooney, abbiano fatto ricorso al trapianto di capelli con modalità analoghe. La tecnica FUE, che non può ambire ad offrire gli stessi risultati della FUT, è infatti oggetto delle recenti campagne pubblicitarie create dalle varie catene cliniche, spesso operanti fuori dalla UE, che in questo modo hanno trovato uno strumento efficace per arrivare al grande pubblico.

Il fatto che uno sportivo opti per una tecnica di qualità inferiore rientra sicuramente nelle facoltà di scelta, ma il risultato è stato doppiamente disastroso. Innanzitutto il risultato lo ha sperimentato lo stesso Rooney, che è tornato a perdere i capelli. Secondariamente, sdoganando questo tipo di tecnica così facilmente alla portata di chirurghi improvvisati, si è creato un esercito di giovani che ora si ritrovano col problema della calvizie aggravato e tanti soldi in meno in tasca.

Il problema di tanti giovani, che probabilmente non hanno le stesse capacità economiche di Rooney e di altri giocatori di calcio per loro così importanti, è che sono i soggetti più deboli di fronte a quelle pratiche commerciali che sfruttano i chirurghi meno preparati e il personale meno qualificato nei paesi orientali per abbattere i costi. Questo deve far preoccupare perché con la salute non si dovrebbe mai scherzare.

Il metodo FUE è un metodo nuovo?

Come abbiamo avuto modo di dire già più volte su questo sito e nei video su YouTube, il metodo FUE è reclamizzato spesso assieme all’aggettivo “nuovo”, causando tanta, troppa confusione nella testa dei pazienti. Il metodo FUE, e questo vale anche per le sue varianti commerciali così tanto pubblicizzate, è in realtà un metodo vecchio, ideato agli albori di questa branca della medicina. Proprio per via dei suoi risultati mediocri e spesso controproducenti, fu il suo stesso ideatore, il Dott. Manfred Lucas, ad abbandonarla.

Il problema della FUE di Rooney e non solo

Il problema della FUE è che la modalità di prelievo dei capelli tende a produrre una enorme percentuale di innesti danneggiati; in certi casi viene danneggiato lo strato di grasso che protegge la radice del capello mentre in altri casi viene danneggiato il capello stesso. Questo è il primo problema, che fa sì che molti dei capelli innestati poi non ricrescano. Il secondo problema, di cui probabilmente Rooney è affetto e che sta causando il suo ri-avanzare della calvizie, è che la FUE causa migliaia di piccole cicatrici laddove viene fatto il prelievo. A loro volta, queste microcicatrici causano la comparsa di tessuto cicatriziale e fibrosi.

Chiunque abbia una cicatrice sulla propria pelle lo sa benissimo: la pelle della cicatrice è diversa da quella normale: è meno elastica, ha un colore leggermente diverso ed è più rigida e soprattutto meno vascolarizzata.. Allo stesso modo, tutte quelle cicatrici sul cuoio capelluto provocano un’alterazione della capacità dell’organismo di far affluire il sangue, con i suoi nutrienti, di cui il capello ha bisogno; questo altro non è che il risultato della ridotta vascolarizzazione che si crea con le cicatrici. Questa ridotta vascolarizzazione non solo danneggia i capelli trapiantati, ma anche quelli preesistenti, facendoli cadere.

Il capello trapianto dunque tende ad indebolirsi e, spesso, a cadere, con tempi del tutto paragonabili al caso di Rooney (circa 2-3 anni o poco più).

Questo invece non avviene con la tecnica STRIP/FUT, dove si esegue una sola sottile cicatrice, per di più riutilizzabile in successivi interventi e dunque senza creare il problema della fibrosi e dove la estrazione dei capelli, sotto diretto controllo visivo e con l’ausilio di microscopi, limita quasi a zero la possibilità di danneggiare i capelli da trapiantare che vengono minuziosamente preparati e non strappati come nella FUE.

Nelle scorse settimane ha fatto parlare di sé una recente pubblicazione sul Journal of Medical Food, ripresa anche dai media italiani, che è stata riportata come la scoperta del “nuovo antidoto alla calvizie”. Di che cosa si tratta? Uovo sui capelli contro la calvizie? Quasi a voler dare ragione alle nostre nonne e al loro shampoo allo zabaione, altro non è che il tuorlo d’uovo.

In realtà la questione posta in questi termini è semplicistica, perché quello che si è osservato è un fenomeno un po’ più complesso. Il tutto parte dall’aver osservato che l’embrione che si sviluppa nell’uovo – cioè il futuro pulcino – pare acquisisca la sua peluria in sole 24 ore, in corrispondenza di un grande assorbimento di proteine presenti nel tuorlo dell’uovo stesso. Questo ha fatto riflettere gli scienziati, che hanno ipotizzato una correlazione tra l’assorbimento di questa proteina e l’attività di produzione della peluria. Da qui al far partire la ricerca per un’applicazione farmacologica – molto redditizia – per tutti coloro che soffrono di calvizie il passo è breve.

Il meccanismo dei peptidi anti-calvizie

Queste proteine, che in realtà sarebbe più corretto definire peptidi, contenute nel tuorlo stimolano la produzione di un fattore di crescita chiamato VEGF (Vascular Endothelial Growth Factor) che a sua volta induce la proliferazione delle cellule endoteliali, quelle che ricoprono la superficie interna dei vasi sanguigni, linfatici e l’endocardio. Il risultato è che anche nell’essere umano stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni a partire da quelli esistenti, processo chiamato angiogenesi.

In parole semplici: moltiplicando i vasi che arrivano alla papilla dermica, questa è capace a sua volta di trasferire più ossigeno e nutrienti al suo follicolo pilifero. Questo porterebbe ad un rinvigorimento della capigliatura che tornerebbe ad essere “nutrita” da un maggior flusso sanguigno.

La sperimentazione, la calvizie femminile

L’uso di questi peptidi (battezzati HGP, Hair Growth Peptides) è stato sperimentato in vitro e sui topi, in particolare sulle cellule della papilla dermica del follicolo pilifero. Quello che si è osservato nei test è che l’HGP effettivamente determina l’aumento della proliferazione delle cellule della papilla dermica, ma per quanto riguarda l’essere umano, l’unica efficacia pare sia nei casi di calvizie femminile.

I risultati fin qui ottenuti

Premesso che la ricerca deve ancora compiere passi in avanti, i risultati fin qui ottenuti ci consentono di trarre già alcune conclusioni valide.

Infatti, come avviene sempre nella ricerca e nella sperimentazione farmacologica, oltre a verificare gli effetti del farmaco su una serie di soggetti, si affiancano a questi altri gruppi definiti “di controllo” a cui viene somministrato un placebo e/o altri farmaci già presenti in commercio. Questo si fa per vedere se il farmaco effettivamente abbia una certa efficacia e, come è avvenuto in questo caso, se è più o meno efficace di un altro farmaco già sperimentato da molte persone che soffrono di calvizie, maschile e femminile: il Minoxidil.

Da qui emerge un aspetto interessante: i risultati, infatti, sono stati che sia sul topo che sulla donna l’efficacia di questo HGP si è dimostrata del tutto paragonabile a quella del Minoxidil, un vasodilatatore che si applica direttamente sulla zona interessata.

Si è trovata dunque una valida cura anti-calvizie?

Purtroppo no, perché restando nell’ambito farmacologico, il Minoxidil appare assai meno rischioso per il paziente e ha pari risultati. Il Minoxidil, essendo per uso topico, non richiede l’assunzione per via orale di principi attivi, mentre invece per le proteine del tuorlo questo è inevitabile. Nel caso dell’HGP, cioè di questi peptidi presenti nell’uovo, da un lato si ha che l’assunzione del farmaco coinvolge tutto l’apparato digerente e ancora non c’è stata una sufficiente sperimentazione che ci informi sui particolari effetti collaterali a lungo termine; quello che però già si sa è che l’assunzione di alte dosi di proteine causa problemi a reni e fegato e dunque, in assenza di migliori performance, per ora è molto più prudente consigliare il Minoxdil.

Una domanda sul metodo

L’ultimo aspetto che ci ha fatto riflettere è che la sperimentazione abbia coinvolto le donne e non gli uomini; è infatti risaputo che la calvizie maschile rappresenti un campo di applicazione più vasto e conveniente per le case farmaceutiche e che dunque da lì si ci si aspetterebbe che partisse la ricerca. Verrebbe da pensare, forse con un pizzico di malizia, che qualche test sia stato fatto, ma senza che siano emerse indicazioni di efficacia per la calvizie maschile tali da diffondere la notizia.

Colgo l’occasione di questo articolo per fare chiarezza su un aspetto che trae in inganno molti pazienti affetti da calvizie o altre patologie del cuoio capelluto e che sono alla ricerca di un “dottore dei capelli”. Spesso queste persone nelle loro ricerche trovano professionisti che si definiscono tricologi, ma quello che tutti non sanno è che quella di “tricologo” non è una specializzazione medica riconosciuta, bensì una semplice qualifica che indica una persona “esperta” di capelli. In altre parole si tratta di una persona che vanta esperienza in una particolare branca come quella dei capelli, anche senza alcun titolo sanitario. La differenza fondamentale fra un medico che esercita la tricologia e un’altra figura professionale è che il medico tricologo può prescrivere una terapia rivolta al trattamento di una patologia; tutte le altre figure che si professano “tricologi” possono suggerire trattamenti, ma a patto che questi non si rivolgano a patologie.

Che cosa vuol dire dunque essere tricologo?

Definirsi tricologo significa quindi ben poco, per due motivi. Prima e innanzitutto tricologo non è sinonimo di medico. Per certi versi anche un parrucchiere potrebbe definirsi tricologo, senza per questo essere condannabile per esercizio abusivo della professione qualora non prescriva farmaci. Questo non significa che il tricologo sia una figura poco affidabile in assoluto, ma è importante che non si atteggi “da medico” senza esserlo. Il secondo motivo per cui quella di tricologo è una definizione debole è che l’esperienza o è comprovata da riscontri oggettivamente verificabili (pubblicazioni su riviste scientifiche, anni di lavoro nel settore, ecc. ) o anche qua si rischia di cadere in mano alla soggettività o all’improvvisazione ed autoreferenziazione.

Chi è dunque il dottore dei capelli?

Il “dottore dei capelli“, volendo usare questa espressione molto semplificante ma sicuramente di successo, deve in realtà essere un medico, cioè una persona laureata in medicina e abilitata alla professione, che abbia un percorso formativo e professionale nello studio, diagnosi e terapie delle patologie del cuoio capelluto.

Pertanto se avete un problema di capelli e vi rivolgete ad un “camice bianco” che può essere anche quello del barbiere, non esitate a chiedere le qualifiche del vostro interlocutore. E’ un vostro diritto.

Tutti parlano di trapianto di capelli in Turchia con metodo FUE. Qual è però la realtà dietro a questo fenomeno commerciale? La tecnica FUE è davvero nuova? Davvero garantisce risultati mirabolanti? Perché viene adottata così massicciamente?

Risponde il Prof. Piero Rosati, esperto in autotrapianto di capelli.

Prof. Piero Rosati - Chirurgo plastico ed estetico

Curriculum Vitae

P.IVA 00885090381
Iscritto all' Ordine dei Medici di Ferrara, nr. di iscrizione 2764

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